19/05/2008

Ecco a voi la "Guerrilla Cuisine"- liberazione del gusto

Guerrilla Cuisine è un "movimento per la liberazione del gusto"
animato da cuochi di tendenza che sperimentano piatti in libertà
Falce e forchetta, la rivoluzione
dei "carbonari" della cucina
di PAOLO PONTONIERE

SAN FRANCISCO - Altro che ristoranti ambientalisti, etnici o di
tendenza. L'avanguardia del movimento per la trasformazione della
ristorazione di massa contemporanea appartiene alla Guerrilla Cuisine
statunitense. Si tratta di un "movimento per la liberazione del gusto"
nato un paio di anni fa ad Oakland, una cittadina della Bay Area di
San Francisco, nel quartiere Rockridge. Lanciato per iniziativa di
Jeremy and John Townsend, due fratelli californiani, con il nome di
Ghetto Gourmet, per celebrare la cultura afroamericana del quartiere
nel quale abitavano i due fratelli, il movimento ha visto la luce
pressappoco negli stessi luoghi in cui una volta fiorivano le
esperienze di ristorazione alternativa promosse dalle Black Panthers.
Da qui adesso si sta diffondendo a macchia d'olio nel resto degli
Stati Uniti. Di recente poi ha anche fatto il salto dell'Atlantico
registrando adesioni ed eventi a Londra, Berlino, Parigi e Varsavia.

Della Guerrilla Cousine fanno parte cuochi di tendenza che vogliono
sfuggire alla pressione delle cucine dei grandi ristoranti e clienti
che preferiscono l'atmosfera intima offerta dalla sala da pranzo d'una
residenza privata, di un club letterario o d'un teatrino off a quella
rumorosa dei ristoranti di grido. Sono ristoranti underground il cui
indirizzo non è mai riportato nelle pagine gialle. Vi si accede per
passa parola e, quasi come si trattasse di riunioni di carbonari, solo
se si viene introdotti da un altro membro.

Li hanno definiti gli Speakeasy del nostro secolo. E questo perché
mancando di licenza finiscono molto spesso nel mirino delle autorità
sanitarie. Ma a differenza di quelli del secolo scorso, fioriti
durante il proibizionismo, non sono luoghi nei quali ci si abbandona
al consumo di bevande proibite. Sono piuttosto esperienze di frontiera
nelle quali si realizzano fusioni culinarie come se si trattasse di
jam sessions musicali. Molto spesso, e non a caso, includono eventi
letterari, letture di poesie, concerti di musica acustica, happenings
pittorici e danze etniche. Costano poco, sui 30 o 40 dollari per un
pranzo di quattro portate - che possono includere anche l'anitra
impanata e le crepes di formaggio di capra - con vino incluso. Non
hanno scopo di lucro e hanno luogo più che altro per celebrare il
gusto del buon vivere.

Qualche volta ai commensali viene chiesto di portare una bevanda o un
piatto da dividere con gli altri invitati. Non solo. Consapevoli
dell'impronta di carbonio che anche il consumo alimentare lascia sulla
faccia del pianeta, quando possono, i membri di Guerrilla Cusine
tendono a consumare verdure, vini, formaggi e carni di stretta
produzione locale. E non si fanno specie di modificare il menu quando
uno degli ingredienti non è diponibile localmente e non lo si può
ottenere organicamente.

I militanti ortodossi - non a caso il simbolo del movimento è una
falce e forchetta - consumano esclusivamente cibi la cui produzione è
stata resa possible dal 'live power', ovvero dall'impiego esclusivo
della forza umana e di quella degli animali da tiro.

"E' una specie di anti-ristorante", ha dichiarato Jeremy Townsend, che
ha un passato di minatore al Polo Sud alle spalle. "L'esperienza del
ristorante tradizionale sa di muffa, la gente rimane delusa e di
sicuro non affascinata come gli succede quando partecipa ai nostri
eventi".

E il fascino non assale solo i bonvivant della tavola ma anche i
cuochi dei ristoranti più famosi dell'area della Baia di San
Francisco, come quelli di Chez Panisse - un ristorante reso celebre da
Bill Clinton che non manca mai di farvi una scappata ogni volta che si
trova nel circondario - di Mecca e di Firefly, due dei ristoranti più
trendy della regione. Ci vengono alternativamente per esibirsi gratis
ai fornelli oppure per assaggiare le creazioni di altri, come La
Macha, una pizza in stile spagnolo concepita dai membri di Guerrilla
Cuisine di Charleston nella Carolina del Nord.

L'esperienza della Guerilla Cusine ha dei precendenti illustri nelle
Paladares, i ristoranti underground di Cuba che sono stati poi
riconociuti dalle autorità, e nei Si Fang Cai di Hong Kong, che sono
conosciuti come le migliori osterie dell'isola. A rendere unica però
l'esperienza statunitense è il suo aspetto egualitario. Non di rado
infatti i partecipanti a chiusura serata finiscono col cantare,
ballare e suonare assieme. Tra amici.

http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/guerrilla-cousine/guerrilla-cousine/guerrilla-cousine.html

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Ricordando Nicola Tommasoli di Verona

Comunicato dell'assemblea aperta cittadina. Verona

17 maggio 2008

Dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola


Circa dodicimila persone hanno sfilato a Verona per ricordare Nicola
Tommasoli, il giovane ucciso nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio da
cinque simpatizzanti dei gruppi neofascisti.
Per Nicola la manifestazione si è fermata davanti alla chiesa di San Fermo,
per un minuto di silenzio e un lungo applauso, per portare fiori e ricordi
sul luogo della sua morte, lì a pochi metri, a Porta Leoni.
A questa grande e importante manifestazione si deve aggiungere quella
altrettanto importante e significativa che le organizzazioni dei migranti
hanno promosso in piazza Bra.
Da queste manifestazioni nasce una nuova Verona che vuole propagare una
nuova sensibilità fatta di socialità vitale e tolleranza.
Il corteo - comunicativo, aperto, partecipato, pacifico - è stato aperto da
uno striscione disegnato da un artista/writer amico di Nicola, portava
questa scritta: "Nicola è ognuno di noi".

La manifestazione, promossa dall'Assemblea aperta cittadina, ha fatto
appello alla coscienza civile e alla capacità di autocritica di Verona per
sconfiggere l'intolleranza e la discriminazione, un atto d'amore verso la
città stessa, perchè è proprio dalle condizione estreme che possono nascere
pensieri e pratiche vivificanti, perchè è proprio dal dissenso che possono
nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E' necessario quindi costruire
progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere.
Erano presenti molti cittadini, uomini e donne, ragazze e ragazzi,
associazioni culturali, musicali, teatrali, sociali di Verona e del
territorio. Tra i molti striscioni anche uno degli amici di Nicola, con la
scritta: BIBOA, una gioiosa imprecazione inventata da Nicola stesso. Molte
anche le realtà giovanili e i centri sociali di varie città, da Roma a
Brescia, da Padova a Bologna.

A metà corteo, qualche tafferuglio provocato da poche persone è stato
pacificato dai manifestanti stessi. Il corteo si è concluso a piazza Erbe e
in piazza Dante con gli interventi delle realtà che hanno organizzato e
partecipato alla manifestazione.

Si è manifestato per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se
Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e
ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato
a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza
dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era
razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non
siamo, ciò che saremo dobbiamo inventarlo. Lontani dalle passioni tristi,
gioiosamente, naturalmente, vivere come l'aria che si respira, come ha fatto
Nicola. A Nicola piacevano il surf, la montagna e il colore arancio. Skate:
ebrezza e surf dell'anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore
arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte.



Assemblea aperta cittadina
organizzazione della manifestazione

info: 3491476050 - 3477732939

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Sempre più alta la quota del Pil che va ai profitti

da Eddyburg  

Il declino degli stipendi
di Data di pubblicazione: 03.05.2008

Autore: Ricci, Maurizio

“Sempre più alta la quota del Pil che va ai profitti” (e soprattutto alla rendita).La Repubblica, 3 maggio 2008



La lotta di classe? C´è stata e l´hanno stravinta i capitalisti. In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili ("insoliti", preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all´apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.

Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del "miracolo economico". L´allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ´90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell´anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale.

Otto punti in meno, rispetto al 76 per cento di vent´anni prima. Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l´8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent´anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all´anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po´ di qui, un po´ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef.

Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l´intero mondo sviluppato. In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24 per cento del 1983 al 33 per cento del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38 per cento. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra. Forse, bisogna andare anche più indietro, al capitalismo selvaggio del primo ‘900: come allora, in fondo, succede poi che il capitalismo troppo grasso di un secolo dopo arriva agli eccessi esplosi con la crisi finanziaria di questi mesi.

Ma gli effetti sono, forse, destinati ad essere più profondi. C´è infatti questo smottamento nella redistribuzione delle risorse in Occidente dietro i colpi che sta perdendo la globalizzazione e il risorgere di tendenze protezionistiche: da Barack Obama e Hillary Clinton, fino a Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti.

Sostiene, infatti, Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d´investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni. E quelli dei paesi industrializzati, grazie all´importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. «E´ una grande teoria - dice Roach - ma non funziona come previsto».

Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record: pesa l´ingresso nell´economia mondiale di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti, che ha quadruplicato la forza lavoro a disposizione del capitalismo globale, multinazionali in testa, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati. Quanto basta per dirottare verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole. Inevitabile, secondo Roach, che tutto questo comporti una spinta protezionistica nell´opinione pubblica, a cui i politici si mostrano sempre più sensibili.

Ma il ribaltone nella distribuzione della ricchezza in Occidente è, allora, un effetto della globalizzazione? Non proprio, e non del tutto. Secondo gli economisti del Fmi, nonostante che il boom del commercio mondiale eserciti una influenza sulla nuova ripartizione del Pil, l´elemento motore è, piuttosto, il progresso tecnologico. Su questa scia, Luci Ellis e Kathryn Smith, le autrici dello studio della Bri, osservano che il balzo verso l´alto dei profitti inizia a metà degli anni ´80, prima che le correnti della globalizzazione acquistino forza. Inoltre, l´aumento della forza lavoro disponibile a livello mondiale interessa anzitutto l´industria manifatturiera, ma, osservano, non è qui - e neanche nei servizi alle imprese, l´altro terreno privilegiato dell´offshoring - che si è verificato il maggior scarto dei profitti.

Il meccanismo in funzione, secondo lo studio, è un altro: il progresso tecnologico accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale. E´ qui, probabilmente, che la legge di Ricardo, a cui faceva riferimento Roach, si è inceppata. Il meccanismo, avvertono Ellis e Smith, è tutt´altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente.

Dunque, è la dura legge dell´economia a giustificare il sacrificio dei lavoratori, davanti alla necessità di consentire al capitale di inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, «non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra». Anzi «gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi». In altre parole «l´aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche».

La lotta di classe, appunto.

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